14 A 16. IAMBL. v. Pyth. 248-51. Che il complotto sia stato fatto mentre Pitagora era assente, tramandano concordemente tutti: ma non tutti sono d'accordo nel dire dove egli fosse, perché per gli uni era andato presso Ferecide di Siro, per gli altri era andato a stabilirsi a Metaponto. E più cause del complotto s'adducono. Tra le altre è questa, che il complotto sia stato fatto dai Cilonei per questa ragione. Cilone di Crotone era per nascita, per fama e per ricchezza, uno dei primi cittadini, ma era anche aspro e violento e sedizioso e d'animo tirannico. Costui era stato preso dal desiderio di entrare a far parte della comunità dei Pitagorici, e s'era rivolto allo stesso Pitagora, ma ne era stato respinto per le ragioni che ho dette. (249) Aveva quindi, per questo fatto, intrapreso un'aspra guerra coi suoi amici contro Pitagora e i suoi amici: e così violenta fu la guerra di Cilone e dei suoi compagni, che durò fino a che ci furono Pitagorici. Pitagora fu costretto ad andarsene a Metaponto, dove, secondo che si tramanda, morì. Intanto i cosiddetti Cilonei continuarono a lottare con ogni forza contro i Pitagorici: e tuttavia per qualche tempo la nobiltà dei Pitagorici e il volere delle città ebbero il sopravvento, tanto che le città vollero essere governate da essi. Ma alla fine i Cilonei, che mai avevano desistito dal tramare contro i Pitagorici, dettero fuoco alla casa di Milone, dove essi s'erano raccolti a deliberare sugli affari della città, e li bruciarono tutti, tranne due, Archippo e Liside. Questi, ch'erano i più giovani e i più forti, riuscirono ad aprirsi una strada e a fuggire. (250) Rimasto impunito dalle città il delitto, i Pitagorici cessarono d'occuparsi degli affari pubblici. Due furono le cause che li indussero a questo, la trascuranza delle città che non punirono gli autori di un tale e tanto delitto, e la morte degli uomini più adatti al comando. Dei due che si salvarono, entrambi tarentini, Archippo si ritirò a Taranto, e Liside, che non voleva rimanere oscuro, passò in Grecia, ove dapprima visse nell'Acaia peloponnesiaca, e poi passò a Tebe, dove avevano mostrato desiderio di lui. Fu suo discepolo Epaminonda, che lo chiamava col nome di padre. E a Tebe Liside morì. (251) Gli altri Pitagorici si raccolsero a Reggio, e ivi per qualche tempo vissero insieme. Più tardi però, poiché le condizioni politiche diventavano sempre peggiori, s'allontanarono dall'Italia, tranne Archita di Taranto. I più celebrati furono Fantone ed Echecrate e Polimnesto e Diocle, di Fliunte; e Senofilo calcidese, dei Calcidesi della Tracia. Tutti costoro serbarono i costumi e le dottrine antiche, benché fosse scomparsa la setta, e morirono nobilmente. Queste notizie le tramanda Aristosseno [fr. 18 Wehrli]. Nicomaco nel resto del racconto concorda con lui, ma dice che il complotto avvenne durante l'assenza di Pitagora [cfr. 44 A 4 a].
PORPHYR. v. Pyth. 56. Dicearco [fr. 34 Wehrli] e i più accurati scrittori dicono che il complotto fu fatto mentre Pitagora era a Crotone, G ché Ferecide era già morto quando Pitagora s'allontanò da Samo. E racconta che quaranta dei suoi amici furono assaliti e presi nella casa d'uno di essi; gli altri, ch'erano i più, furono uccisi qua e là per la città, dovunque fossero trovati. E che Pitagora, dopo la sconfitta dei suoi, dapprima si rifugiò nel porto di Caulonia e poi si diresse verso Locri, ove, appena giunta la notizia, gli furono mandati incontro, ai confini del territorio, alcuni anziani. Trovatolo, gli dissero:
Sappiamo, o Pitagora, che tu sei uomo intelligente e sapiente; ma noi siamo contenti delle nostre leggi e vogliamo che restino così come sono: tu dunque, se hai bisogno di qualche cosa, prenditela; ma vattene altrove.
In questo modo fu allontanato da Locri; di lì passò a Taranto, ove ebbe pressappoco la stessa sorte che aveva avuto a Locri; quindi passò a Metaponto. DIOG. LAERT. VIII 40. Dicearco [fr. 35 b Wehrli] dice che Pitagora, rifugiatosi nel tempio delle Muse a Metaponto, vi morì dopo aver digiunato per quaranta giorni. / POLYB. II 38, 10 sgg. Questo modo di vita e questa costituzione di cui ora ho parlato, gli Achei li avevano già prima. Molti fatti lo dimostrano, ma, a provarlo, basteranno una o due testimonianze. POLYB. II 39, 1. Nel tempo in cui furono incendiati, in quella parte dell'Italia che allora era detta Magna Grecia, i sinedri ove si raccoglievano i Pitagorici, (2) grandi sconvolgimenti ebbero luogo (com'è naturale, dato che furono uccisi così inaspettatamente i primi cittadini di ciascuna città) (3) e le città elleniche furono piene di stragi e di contese e di lotte d'ogni genere. (4) Ora, in quei tempi, vennero nelle città della Magna Grecia ambasciatori da quasi tutte le parti dell'Ellade, per mettere pace, ma esse accettarono l'arbitrato dei soli Achei per porre fine ai loro mali. G IAMBL. v. Pyth. 254 sgg. Ma poiché Apollonio in alcune parti si discosta da questo racconto, e molto aggiunge non detto da altri, voglio riportare anche la sua esposizione della ribellione contro i Pitagorici... Fino a che Pitagora fu pronto a conversare con chiunque gli si avvicinasse, fu gradito alla città, ma dopo che cominciò a intrattenersi soltanto coi suoi discepoli, perdette il favore. Ché, se accettavano di essere superati da lui, straniero, erano irritati con quelli del luogo che apparivano privilegiati; e insieme sospettavano che si unissero per sopraffarli.
S'aggiungeva poi che quei giovani venivano dalle famiglie più illustri e facoltose, e che, col passare del tempo, essi non solo primeggiarono entro la famiglia, ma divennero insieme reggitori della città, avendo costituito una grande società (ché erano più di trecento) benché fossero soltanto una piccola parte della città... (255) E tuttavia, fino a che i Crotoniati non s'impossessarono di terra straniera e Pitagora rimase nella città, l'ordine istaurato dopo che la società s'era formata perdurò, benché fosse sgradito e si cercasse un'occasione per rovesciarlo. Ma dopo che si furono impadroniti di Sibari e Pitagora se ne fu andato, come i Pitagorici non vollero distribuire la terra conquistata secondo i desideri del popolo minuto, l'odio nascosto proruppe, e il popolo si ribellò contro di loro. Capi della sedizione furono coloro che avevano maggiori legami d'affinità e parentela coi Pitagorici. E la causa era questa, che molte usanze dei Pitagorici li irritavano, così come irritavano tutti gli altri, come quelle che avevano qualche cosa di singolare e di diverso da quelle di tutti, ma soprattutto li irritavano perché pensavano che su di loro soltanto cadesse il disonore. Il fatto che nessun Pitagorico chiamava Pitagora col suo nome, ma dicendolo «divino» finché era in vita, e poi, dopo la sua morte, «quell'uomo» ... e similmente che non s'alzavan mai dal letto dopo sorto il sole, e che non portavano anelli con immagini della divinità... (257) tutto questo, come dissi, irritava tutti ugualmente... Per parte loro poi i parenti erano irritati dal fatto che i Pitagorici si stringevano tra loro la mano ma non stringevano quella dei loro familiari, eccettuati i genitori, e usavano in comune delle sostanze, ma ne escludevano loro. Furono questi gli iniziatori della ribellione: e gli altri prontamente li secondarono. Tra gli stessi mille, Ippaso e Diodoro e Teage domandarono che fosse concesso a tutti il diritto di partecipare alle assemblee e di essere eletti alle cariche pubbliche, e che fosse fatto obbligo ai magistrati di rendere conto del loro operato a uomini designati dalla sorte di tra tutti; s'opposero Alcimaco e Dimaco e Metone e Democede, Pitagorici, dicendo che non doveva essere modificata la costituzione patria: vinsero però quelli che favorivano il popolo minuto.12* (258) Dopo questo, raccoltasi la moltitudine, gli oratori Cilone e Ninone, il primo di ricca famiglia, il secondo dei popolari, cominciarono ad accusare i Pitagorici, dividendosi le parti. E dopo che un lungo discorso d'accusa fu pronunciato da Cilone, l'altro continuò l'accusa, vantandosi di aver conosciuto i segreti dei Pitagorici, in realtà però avendo fatto lui stesso scrivere insidiosamente in un libello cose che potessero servire a calunniarli, e dando poi da leggere il libello allo scrivano pubblico. (259) Il titolo del libro era Discorso sacro; e v'erano scritte cose di tal genere: onora gli amici come gli dèi, ma gli altri trattali come fiere... (260) Diceva insomma che la loro filosofia altro non era se non una congiura contro il popolo, e li invitava a non lasciarli neppur parlare, e a pensare che neppure si sarebbero radunati se quelli avessero persuaso i mille ad approvare i loro consigli: non si doveva dunque lasciare la parola a quelli che avevano cercato in ogni modo di toglierla agli altri, ma piuttosto usare la forza contro di loro quando stavano per votare o per prendere la scheda del voto, ché era cosa vergognosa che quelli che al fiume Tetraente avevano vinto 300 000 uomini fossero oppressi dalla millesima loro parte. (261) Per dire in breve, eccitò a tal punto con le sue accuse gli ascoltatori, che pochi giorni dopo si raccolsero e si prepararono ad assalire i Pitagorici celebranti una festa in onore delle Muse, in una casa presso il tempio d'Apollo. I Pitagorici, informati in tempo, si rifugiarono in un albergo, e Democede con i giovani se ne andò a Platea. Quelli intanto, abrogate tutte le leggi, fecero un decreto, col quale, accusando Democede di aver raccolto i giovani per farsi tiranno, promisero tre talenti a chi l'uccidesse... Democede fu vinto da Teage, e a costui la città dette i tre talenti. (262) Molti mali tormentavano la città e la regione; e i fuggiaschi furono rinviati a giudizio; e incaricate del giudizio furono tre città, Taranto, Metaponto e Caulonia: gli inviati di queste città, ricompensati con denaro per il giudizio, come si legge nelle memorie di Crotone, decretarono che i colpevoli fossero esiliati. Riusciti vincitori in giudizio [gli autori della sommossa], esiliarono anche altri che erano avversi al nuovo stato di cose, e insieme i parenti dei condannati all'esilio, dicendo che non volevano macchiarsi d'empietà, staccando i figli dai genitori. E cancellarono i debiti, e distribuirono la terra. (263) Molti anni dopo, periti in una battaglia Dinarco e i suoi seguaci e morto Ligate, uno dei più importanti capi della ribellione, i cittadini si pentirono e furono presi da compassione e decisero di richiamare gli esuli sopravvissuti. Si servirono per questo di ambasciatori chiamati dall'Acaia e si riconciliarono con gli esuli e a Delfi deposero il testo del giuramento di riconciliazione. I Pitagorici ritornati, tolti i più vecchi, furono circa sessanta. /
14 A 16. IAMBL. V. P. 248ff. ὅτι μὲν οὖν ἀπόντος Πυθαγόρου ἐγένετο ἡ ἐπιβουλή, πάντες συνομολογοῦσι, διαφέρονται δὲ περὶ τῆς τότε ἀποδημίας, οἱ μὲν πρὸς [I 103. 15 App.] Φερεκύδην τὸν Σύριον, οἱ δὲ εἰς Μεταπόντιον λέγοντες ἀποδεδημηκέναι τὸν Πυθαγόραν. αἱ δὲ αἰτίαι τῆς ἐπιβουλῆς πλείονες λέγονται, μία μὲν ὑπὸ τῶν Κυλωνείων λεγομένων ἀνδρῶν τοιάδε γενομένη. Κύλων ἀνὴρ Κροτωνιάτης γένει μὲν καὶ δόξηι καὶ πλούτωι πρωτεύων τῶν πολιτῶν, ἄλλως δὲ χαλεπός τις καὶ βίαιος καὶ θορυβώδης καὶ τυραννικὸς τὸ ἦθος πᾶσαν προθυμίαν παρασχόμενος πρὸς τὸ [I 103. 20] κοινωνῆσαι τοῦ Πυθαγορείου βίου καὶ προσελθὼν πρὸς αὐτὸν τὸν Πυθαγόραν ἤδη πρεσβύτην ὄντα ἀπεδοκιμάσθη διὰ τὰς προειρημένας αἰτίας. (249) γενομένου δὲ τούτου πόλεμον ἰσχυρὸν ἤρατο καὶ αὐτὸς καὶ οἱ φίλοι αὐτοῦ πρὸς αὐτόν τε τὸν Πυθαγόραν καὶ τοὺς ἑταίρους, καὶ οὕτω σφοδρά τις ἐγένετο καὶ ἄκρατος ἡ φιλοτιμία αὐτοῦ τε τοῦ Κύλωνος καὶ τῶν μετ' ἐκείνου τεταγμένων, ὥστε διατεῖναι [I 103. 25] μέχρι τῶν τελευταίων Πυθαγορείων. ὁ μὲν οὖν Πυθαγόρας διὰ ταύτην τὴν αἰτίαν ἀπῆλθεν εἰς τὸ Μεταπόντιον κἀκεῖ λέγεται καταστρέψαι τὸν βίον. οἱ δὲ Κυλώνειοι λεγόμενοι διετέλουν πρὸς Πυθαγορείους στασιάζοντες καὶ πᾶσαν ἐνδεικνύμενοι δυσμένειαν. ἀλλ' ὅμως ἐπεκράτει μέχρι τινὸς ἡ τῶν Πυθαγορείων καλοκαγαθία καὶ ἡ τῶν πόλεων αὐτῶν βούλησις, ὥστε ὑπ' ἐκείνων οἰκονομεῖσθαι βούλεσθαι [I 103. 30 App.] τὰ περὶ τὰς πολιτείας. τέλος δὲ εἰς τοσοῦτον ἐπεβούλευσαν τοῖς ἀνδράσιν, ὥστε ἐν τῆι Μίλωνος οἰκίαι ἐν Κρότωνι συνεδρευόντων τῶν Πυθαγορείων καὶ βουλευομένων περὶ πολιτικῶν πραγμάτων ὑφάψαντες τὴν οἰκίαν κατέκαυσαν τοὺς ἄνδρας πλὴν δυεῖν, Ἀρχίππου τε καὶ Λύσιδος˙ οὗτοι δὲ νεώτατοι ὄντες καὶ εὐρωστότατοι διεξεπαίσαντο ἔξω πως. (250) γενομένου δὲ τούτου καὶ λόγον οὐδένα ποιησαμένων [I 103. 35] τῶν πόλεων περὶ τοῦ συμβάντος πάθους ἐπαύσαντο τῆς ἐπιμελείας οἱ Πυθαγόρειοι. συνέβη δὲ τοῦτο δι' ἀμφοτέρας τὰς αἰτίας, διά τε τὴν ὀλιγωρίαν τῶν πόλεων (τοῦ τοιούτου γὰρ καὶ τηλικούτου γενομένου πάθους οὐδεμίαν ἐπιστροφὴν ἐποιήσαντο) διά τε τὴν ἀπώλειαν τῶν ἡγεμονικωτάτων ἀνδρῶν. τῶν δὲ δύο τῶν περισωθέντων ἀμφοτέρων Ταραντίνων ὄντων ὁ μὲν Ἄρχιππος ἀνεχώρησεν εἰς [I 104. 1 App.] Τάραντα, ὁ δὲ Λῦσις μισήσας τὴν ὀλιγωρίαν ἀπῆρεν εἰς τὴν Ἑλλάδα καὶ ἐν Ἀχαΐαι διέτριβε τῆι Πελοποννησιακῆι, ἔπειτα εἰς Θήβας μετωικίσατο σπουδῆς τινος γενομένης˙ οὗπερ ἐγένετο Ἐπαμεινώνδας ἀκροατὴς καὶ πατέρα τὸν Λῦσιν ἐκάλεσεν. ὧδε καὶ τὸν βίον κατέστρεψεν. (251) οἱ δὲ λοιποὶ τῶν Πυθαγορείων ἀθροισθέντες [I 104. 5 App.] εἰς τὸ Ῥήγιον ἐκεῖ διέτριβον μετ' ἀλλήλων. προϊόντος δὲ τοῦ χρόνου καὶ τῶν πολιτευμάτων ἐπὶ τὸ χεῖρον προβαινόντων ἀπέστησαν τῆς Ἰταλίας πλὴν Ἀρχίππου τοῦ Ταραντίνου. ἦσαν δὲ οἱ σπουδαιότατοι Φάντων τε καὶ Ἐχεκράτης καὶ Πολύμναστος καὶ Διοκλῆς Φλιάσιοι, Ξενόφιλος δὲ Χαλκιδεὺς τῶν ἀπὸ Θράικης Χαλκιδέων. ἐφύλαξαν μὲν οὖν τὰ ἐξ ἀρχῆς ἤθη καὶ τὰ μαθήματα καίτοι ἐκλιπούσης [I 104. 10 App.] τῆς αἱρέσεως, ἕως εὐγενῶς ἠφανίσθησαν. ταῦτα μὲν οὖν Ἀριστόξενος [fr. 11 FHG II 274] διηγεῖται. Νικόμαχος δὲ τὰ μὲν ἄλλα συνομολογεῖ τούτοις, παρὰ δὲ τὴν ἀποδημίαν Πυθαγόρου φησὶ γεγονέναι τὴν ἐπιβουλὴν ταύτην κτλ. [Vgl. 44 A 4a und c. 46]. PORPH. V. P. 56 Δικαίαρχος [fr. 31 FHG II 245] δὲ καὶ οἱ ἀκριβέστεροι καὶ τὸν Πυθαγόραν φασὶν παρεῖναι τῆι ἐπιβουλῆι. G Δικαίαρχος Φερεκύδην γὰρ πρὸ τῆς ἐκ Σάμου ἀπάρσεως τελευτῆσαι. τῶν δ' ἑταίρων ἀθρόους μὲν τετταράκοντα ἐν οἰκίᾳ τινὸς συνεδρεύοντας ληφθῆναι, τοὺς δὲ πολλοὺς σποράδην κατὰ τὴν πόλιν ὡς ἔτυχον ἕκαστοι διαφθαρῆναι. Πυθαγόραν δὲ κρατουμένων τῶν φίλων τὸ μὲν πρῶτον εἰς Καυλωνίαν τὸν ὅρμον σωθῆναι, ἐκεῖθεν δὲ πάλιν ἐς Λοκρούς. πυθομένους δὲ τοὺς Λοκροὺς τῶν γερόντων τινὰς ἐπὶ τὰ τῆς χώρας ὅρια ἀποστεῖλαι. τούτους δὲ πρὸς αὐτὸν ἀπαντήσαντας εἰπεῖν
"ἡμεῖς, ὦ Πυθαγόρα, σοφὸν μὲν ἄνδρα σε καὶ δεινὸν ἀκούομεν˙ ἀλλ' ἐπεὶ τοῖς ἰδίοις νόμοις οὐθὲν ἔχομεν ἐγκαλεῖν, αὐτοὶ μὲν ἐπὶ τῶν ὑπαρχόντων πειρασόμεθα μένειν˙ σὺ δ' ἑτέρωθί που βάδιζε λαβὼν παρ' ἡμῶν εἴ του κεχρημένος [τῶν ἀναγκαίων] τυγχάνεις." ἐπεὶ δ' ἀπὸ τῆς τῶν Λοκρῶν πόλεως τὸν εἰρημένον ἀπηλλάγη τρόπον, εἰς Τάραντα πλεῦσαι˙ πάλιν δὲ κἀκεῖ παραπλήσια παθόντα τοῖς περὶ Κρότωνα εἰς Μεταπόντιον ἐλθεῖν. DIOG. LAERT. VIII 40. Φησὶ δὲ Δικαίαρχος [fr. 35 b Wehrli] τὸν Πυθαγόραν ἀποθανεῖν καταφυγόντα εἰς τὸ ἐν Μεταποντίῳ ἱερὸν τῶν Μουσῶν, τετταράκοντ' ἡμέρας ἀσιτήσαντα. / POLYB. II 38, 10ff.
[I 104. 15 App.] τὰ μὲν οὖν τῆς προαιρέσεως καὶ τὸ τῆς πολιτείας ἰδίωμα τὸ νῦν εἰρημένον καὶ πρότερον ὑπῆρχε παρὰ τοῖς Ἀχαιοῖς . . . POLYB. II 39, 1 καθ' οὓς γὰρ καιροὺς ἐν τοῖς κατὰ τὴν Ἰταλίαν τόποις κατὰ τὴν μεγάλην Ἑλλάδα τότε προσαγορευομένην ἐνέπρησαν τὰ συνέδρια τῶν Πυθαγορείων, (2) μετὰ ταῦτα γινομένου κινήματος ὁλοσχεροῦς περὶ τὰς πολιτείας (ὅπερ εἰκός, ὡς ἂν τῶν πρώτων ἀνδρῶν ἐξ ἑκάστης [I 104. 20 App.] πόλεως οὕτω παραλόγως διαφθαρέντων) (3) συνέβη τὰς κατ' ἐκείνους τοὺς τόπους Ἑλληνικὰς πόλεις ἀναπλησθῆναι φόνου καὶ στάσεως καὶ παντοδαπῆς ταραχῆς. (4) ἐν οἷς καιροῖς, ἀπὸ τῶν πλείστων μερῶν τῆς Ἑλλάδος πρεσβευόντων ἐπὶ τὰς διαλύσεις, Ἀχαιοῖς καὶ τῆι τούτων πίστει συνεχρήσαντο πρὸς τὴν τῶν παρόντων κακῶν ἐξαγωγήν. G IAMBL. v. Pyth. 254 sgg.
ἐπεὶ δὲ καὶ Ἀπολλώνιος περὶ τῶν αὐτῶν ἔστιν ὅπου διαφωνεῖ, πολλὰ δὲ καὶ προστίθησι τῶν μὴ εἰρημένων παρὰ τούτοις, φέρε δὴ καὶ τὴν τούτου παραθώμεθα διήγησιν περὶ τῆς εἰς τοὺς Πυθαγορείους ἐπιβουλῆς.... μέχρι μὲν διελέγετο πᾶσι τοῖς προσιοῦσι Πυθαγόρας, ἡδέως εἶχον, ἐπεὶ δὲ μόνοις ἐνετύγχανε τοῖς μαθηταῖς, ἠλαττοῦτο. καὶ τοῦ μὲν ἔξωθεν ἥκοντος συνεχώρουν ἡττᾶσθαι, τοῖς δ' ἐγχωρίοις πλεῖον φέρεσθαι δοκοῦσιν ἤχθοντο, καὶ καθ' αὑτῶν ὑπελάμβανον γίνεσθαι τὴν σύνοδον. ἔπειτα καὶ τῶν νεανίσκων ὄντων ἐκ τῶν ἐν τοῖς ἀξιώμασι καὶ ταῖς οὐσίαις προεχόντων, συνέβαινε προαγούσης τῆς ἡλικίας μὴ μόνον αὐτοὺς ἐν τοῖς ἰδίοις βίοις πρωτεύειν, ἀλλὰ τὸ κοινῇ τὴν πόλιν οἰκονομεῖν, μεγάλην μὲν ἑταιρείαν συναγηοχόσιν (ἦσαν 〈γὰρ〉 ὑπὲρ τριακοσίους), μικρὸν δὲ μέρος τῆς πόλεως οὖσι, τῆς οὐκ ἐν τοῖς αὐτοῖς ἔθεσιν οὐδ' ἐπιτηδεύμασιν (255) ἐκείνοις πολιτευομένης. οὐ μὴν ἀλλὰ μέχρι μὲν οὖν τὴν ὑπάρχουσαν χώραν ἐκέκτηντο καὶ Πυθαγόρας ἐπεδήμει, διέμενεν ἡ μετὰ τὸν συνοικισμὸν κεχρονισμένη κατάστασις, δυσαρεστουμένη καὶ ζητοῦσα καιρὸν εὕρασθαι μεταβολῆς. ἐπεὶ δὲ Σύβαριν ἐχειρώσαντο, κἀκεῖνος ἀπῆλθε, καὶ τὴν δορίκτητον διῳκήσαντο μὴ κατακληρουχηθῆναι κατὰ τὴν ἐπιθυμίαν τῶν πολλῶν, ἐξερράγη τὸ σιωπώμενον μῖσος, καὶ διέστη πρὸς αὐτοὺς τὸ πλῆθος. ἡγεμόνες δὲ ἐγένοντο τῆς διαφορᾶς οἱ ταῖς συγγενείαις 〈καὶ〉 ταῖς οἰκειότησιν ἐγγύτατα καθεστηκότες τῶν Πυθαγορείων. αἴτιον δ' ἦν, 〈ὅτι〉 τὰ μὲν πολλὰ αὐτοὺς ἐλύπει τῶν πραττομένων, ὥσπερ καὶ τοὺς τυχόντας, ἐφ' ὅσον ἰδιασμὸν εἶχε παρὰ τοὺς ἄλλους, ἐν δὲ τοῖς μεγίστοις καθ' αὑτῶν μόνον ἐνόμιζον εἶναι τὴν ἀτιμίαν. ἐπὶ μὲν γὰρ τῷ μηδένα τῶν Πυθαγορείων ὀνομάζειν Πυθαγόραν, ἀλλὰ ζῶντα μέν, ὁπότε βούλοιντο δηλῶσαι, καλεῖν αὐτὸν θεῖον, ἐπεὶ δὲ ἐτελεύτησεν, ἐκεῖνον τὸν ἄνδρα, ... ἐν ἐκείνῳ περιμένειν, ἕως ἔλθοι, δι' ἡμέρας καὶ νυκτός, πάλιν ἐν τούτῳ τῶν Πυθαγορείων συνεθιζόντων μεμνῆσθαι (257) τὰ μὲν τοιαῦτα, καθάπερ προεῖπον, ἐπὶ τοσοῦτον ἐλύπει κοινῶς ἅπαντας... ἐπὶ δὲ τῷ μόνοις τοῖς Πυθαγορείοις τὴν δεξιὰν ἐμβάλλειν, ἑτέρῳ δὲ μηδενὶ τῶν οἰκείων πλὴν τῶν γονέων, καὶ τῷ τὰς οὐσίας ἀλλήλων μὲν παρέχειν κοινάς, πρὸς ἐκείνους δὲ ἐξηλλοτριωμένας, χαλεπώτερον καὶ βαρύτερον ἔφερον οἱ συγγενεῖς. ἀρχόντων δὲ τούτων τῆς διαστάσεως ἑτοίμως οἱ λοιποὶ προσέπιπτον εἰς τὴν ἔχθραν. καὶ λεγόντων ἐξ αὐτῶν τῶν χιλίων Ἱππάσου καὶ Διοδώρου καὶ Θεάγους ὑπὲρ τοῦ πάντας κοινωνεῖν τῶν ἀρχῶν καὶ τῆς ἐκκλησίας καὶ διδόναι τὰς εὐθύνας τοὺς ἄρχοντας ἐν τοῖς ἐκ πάντων λαχοῦσιν, ἐναντιουμένων δὲ τῶν Πυθαγορείων Ἀλκιμάχου καὶ Δεινάρχου καὶ Μέτωνος καὶ Δημοκήδους καὶ διακωλυόντων διακωλυόντων τὴν πάτριον πολιτείαν μὴ καταλύειν, ἐκράτησαν οἱ τῷ (258) πλήθει συνηγοροῦντες. μετὰ δὲ ταῦτα συνιόντων τῶν πολλῶν διελόμενοι τὰς δημηγορίας κατηγόρουν τῶν αὐτῶν ἐκ τῶν ῥητόρων Κύλων καὶ Νίνων. ἦν δ' ὃ μὲν ἐκ τῶν εὐπόρων, ὃ δὲ ἐκ τῶν δημοτικῶν. τοιούτων δὲ λόγων, μακροτέρων δὲ παρὰ τοῦ Κύλωνος ῥηθέντων ἐπῆγεν ἅτερος, προσποιούμενος μὲν ἐζητηκέναι τὰ τῶν Πυθαγορείων ἀπόρρητα, πεπλακὼς δὲ καὶ γεγραφὼς ἐξ ὧν μάλιστα αὐτοὺς ἤμελλε διαβάλλειν, καὶ δοὺς τῷ γραμματεῖ βιβλίον (259) ἐκέλευσεν ἀναγιγνώσκειν. ἦν δ' αὐτῷ ἐπιγραφὴ μὲν "λόγος ἱερός", ὁ δὲ τύπος τοιοῦτος τῶν γεγραμμένων. τοὺς φίλους ὥσπερ τοὺς θεοὺς σέβεσθαι, τοὺς δ' ἄλλους ὥσπερ τὰ θηρία χειροῦσθαι. .. (260) καθάπαξ τὴν φιλοσοφίαν αὐτῶν συνωμοσίαν ἀπέφαινε κατὰ τῶν πολλῶν καὶ παρεκάλει μηδὲ τὴν φωνὴν ἀνέχεσθαι συμβουλευόντων, ἀλλ' ἐνθυμεῖσθαι διότι τὸ παράπαν οὐδ' ἂν συνῆλθον εἰς τὴν ἐκκλησίαν, εἰ τοὺς χιλίους ἔπεισαν ἐκεῖνοι κυρῶσαι τὴν συμβουλήν. ὥστε τοῖς κατὰ τὴν ἐκείνων δύναμιν κεκωλυμένοις τῶν ἄλλων ἀκούειν οὐ προσήκειν ἐᾶν αὐτοὺς λέγειν, ἀλλὰ τὴν δεξιὰν τὴν ὑπ' αὐτῶν ἀποδεδοκιμασμένην πολεμίαν ἐκείνοις ἔχειν, ὅταν τὰς γνώμας χειροτονῶσιν ἢ τὴν ψῆφον λάβωσιν, αἰσχρὸν εἶναι νομίζοντας, τοὺς τριάκοντα μυριάδων περὶ τὸν Τετράεντα ποταμὸν περιγενομένους ὑπὸ τοῦ χιλιοστοῦ μέρους ἐκείνων ἐν αὐτῇ (261) τῇ πόλει φανῆναι κατεστασιασμένους. τὸ δ' ὅλον οὕτω τῇ διαβολῇ τοὺς ἀκούοντας ἐξηγρίωσεν, ὥστε μετ' ὀλίγας ἡμέρας, μουσεῖα θυόντων αὐτῶν ἐν οἰκίᾳ παρὰ τὸ Πύθιον, ἀθρόοι συνδραμόντες οἷοί τ' ἦσαν τὴν ἐπίθεσιν ἐπ' αὐτοὺς ποιήσασθαι. οἳ δὲ προαισθόμενοι, οἳ μὲν εἰς πανδοκεῖον ἔφυγον, Δημοκήδης δὲ μετὰ τῶν ἐφήβων εἰς Πλατέας ἀπεχώρησεν. οἳ δὲ καταλύσαντες τοὺς νόμους ἐχρῶντο ψηφίσμασιν, ἐν οἷς αἰτιασάμενοι τὸν Δημοκήδην συνεστακέναι τοὺς νεωτέρους ἐπὶ τυραννίδι, τρία τάλαντα ἐκήρυξαν δώσειν ... κρατήσαντος αὐτοῦ τὸν κίνδυνον [ὑπὸ] Θεάγους, ἐκείνῳ τὰ τρία (262) τάλαντα παρὰ τῆς πόλεως ἐμέρισαν. πολλῶν δὲ κακῶν κατὰ τὴν πόλιν καὶ τὴν χώραν ὄντων, εἰς κρίσιν προβληθέντων τῶν φυγάδων καὶ τρισὶ πόλεσι τῆς ἐπιτροπῆς παραδοθείσης, Ταραντίνοις, Μεταποντίνοις, Καυλωνιάταις, ἔδοξε τοῖς πεμφθεῖσιν ἐπὶ τὴν γνώμην ἀργύριον λαβοῦσιν, ὡς ἐν τοῖς τῶν Κροτωνιατῶν ὑπομνήμασιν ἀναγέγραπται, φεύγειν τοὺς αἰτίους. προσεξέβαλον δὲ τῇ κρίσει κρατήσαντες ἅπαντας τοὺς τοῖς καθεστῶσι δυσχεραίνοντας καὶ συνεφυγάδευσαν τὴν γενεάν, οὐ φάσκοντες δεῖν ἀσεβεῖν οὐδὲ τοὺς παῖδας ἀπὸ τῶν γονέων διασπᾶν. καὶ τά τε (263) χρέα ἀπέκοψαν καὶ τὴν γῆν ἀνάδαστον ἐποίησαν. ἐπιγενομένων δὲ πολλῶν ἐτῶν καὶ τῶν περὶ τὸν Δείναρχον ἐν ἑτέρῳ κινδύνῳ τελευτησάντων, ἀποθανόντος καὶ Λιτάτους, ὅσπερ ἦν ἡγεμονικώτατος τῶν στασιασάντων, ἔλεός τις καὶ μετάνοια ἐνέπεσε, καὶ τοὺς περιλειπομένους αὐτῶν ἠβουλήθησαν κατάγειν. μεταπεμπόμενοι δὲ πρεσβευτὰς ἐξ Ἀχαΐας δι' ἐκείνων πρὸς τοὺς ἐκπεπτωκότας διελύθησαν (264) καὶ τοὺς ὅρκους εἰς Δελφοὺς ἀνέθηκαν. ἦσαν δὲ τῶν Πυθαγορικῶν καὶ περὶ ἑξήκοντα τὸν ἀριθμὸν οἱ κατελθόντες ἄνευ τῶν πρεσβυτέρων˙. /