3 A 5. PLAT. legg. I 642 D [il cretese Clinia parla allo straniero ateniese] E qui infatti tu hai forse ascoltato che Epimenide era uomo divino (era nostro parente), il quale venne presso di voi dieci anni prima della guerra persiana, conformemente all'oracolo del dio, e compì certi sacrifici che il dio gli aveva ordinato. E poiché allora gli Ateniesi erano pieni di terrore per la spedizione dei Persiani, egli preannunciò che essi non sarebbero venuti per dieci anni e che, quando lo fossero, sarebbero stati ricacciati senza aver compiuto nulla di ciò che nelle loro speranze si ripromettevano, ma anzi ricevendo danni maggiori di quanti non ne avrebbero fatti. Allora i nostri antenati si legarono a voi di ospitalità.
Cfr. PLAT. legg. III 677 D [dopo la menzione di Dedalo, Orfeo, Palamede, Marsia, Olimpio, Anfione]. E sai, o Clinia, che hai dimenticato l'amico che è soltanto di ieri? - Parli forse di Epimenide? - Sì, di costui. Per voi egli infatti di gran lunga superò tutti gli altri con la sua invenzione, o caro; ciò che Esiodo anticamente vaticinava con la parola, Epimenide realizzò con la sua opera.
PLUTARCH. conv. VII sap. 14 p. 157 D. Ed una certa legge che ordina di astenersi dagli altri cibi esiste anche per Epimenide, ospite di Solone, il quale, portando alla bocca solo una piccola quantità di un medicamento che ha il potere di togliere la fame e che lui stesso aveva composto, passava il giorno senza pranzo e senza cena ... Ma Solone disse di meravigliarsi che Ardalo non avesse letto la legge del digiuno di Epimenide, quale è descritta nei versi di Esiodo: questi infatti è il primo che offrì ad Epimenide i semi di un tale nutrimento e che gli insegnò a ricercare «quanto grande giovamento c'è nella malva e nell'asfodelo» [opp. 41]. Pensi infatti, disse allora Periandro, che Esiodo pensasse veramente ad una cosa di questo tipo, o non piuttosto che, lodatore com'era della parsimonia, ci invitasse ai più semplici dei cibi, in quanto più piacevoli? È giovevole infatti nutrirsi di malva e dolce è il gambo dell'asfodelo; ma queste cose che tolgono la fame e che tolgono la sete ritengo che siano piuttosto medicine che non cibi... [cfr. supra DIOG. LAERT. I 112 (3 A 1)].
3 A 5. PLATO legg. I 642 D [der Kreter Kleinias spricht zu dem athenischen Fremdling] τῆιδε γὰρ ἴσως ἀκήκοας, ὡς Ἐ. γέγονεν ἀνὴρ θεῖος, ὃς ἦν ἡμῖν οἰκεῖος, [I 30. 25 App.] ἐλθὼν δὲ πρὸ τῶν Περσικῶν δέκα ἔτεσιν πρότερον παρ' ὑμᾶς κατὰ τὴν τοῦ θεοῦ μαντείαν θυσίας τε ἐθύσατό τινας, ἃς ὁ θεὸς ἀνεῖλεν, καὶ δὴ καὶ φοβουμένων τὸν Περσικὸν Ἀθηναίων στόλον εἶπεν, ὅτι δέκα μὲν ἐτῶν οὐχ ἥξουσιν, ὅταν δὲ ἔλθωσιν, ἀπαλλαγήσονται πράξαντες οὐδὲν ὧν ἤλπιζον παθόντες τε ἢ δράσαντες πλείω κακά. τότ' οὖν ἐξενώθησαν ὑμῖν οἱ πρόγονοι ἡμῶν. Vgl. III 677 D. [nach Erwähnung [I 30. 30 App.] von Daidalos, Orpheus, Palamedes, Marsyas, Olympos, Amphion] ἆρ' ἴστ', ὦ Κλεινία, τὸν φίλον ὅτι παρέλιπες τὸν ἀτεχνῶς χθὲς γενόμενον; - μῶν φράζεις Ἐπιμενίδην; - ναὶ τοῦτον˙ πολὺ γὰρ ὑμῖν ὑπερεπήδησε τῶι μηχανήματι τοὺς ξύμπαντας, ὦ φίλε, ὃ λόγωι μὲν Ἡσίοδος ἐμαντεύετο πάλαι τῶι δ' ἔργωι ἐκεῖνος [Epim.] ἀπετέλεσεν. PLUT. sap.conv. p. 157 D. [I 30. 35] Σόλωνος δὲ ξένον Ἐπιμενίδην νόμος τις ἀπέχεσθαι τῶν ἄλλων σιτίων κελεύει, τῆς δ' ἀλίμου δυνάμεως, ἣν αὐτὸς συντίθησι μικρὸν εἰς τὸ στόμα λαμβάνοντα διημερεύειν ἀνάριστον καὶ ἄδειπνον . . . ὁ δὲ Σόλων ἔφη θαυμάζειν τὸν Ἄρδαλον, εἰ τὸν νόμον οὐκ ἀνέγνωκε τῆς διαίτης τοῦ ἀνδρὸς [Epim.] ἐν τοῖς ἔπεσι τοῖς Ἡσιόδου γεγραμμένον˙ 'ἐκεῖνος γάρ ἐστιν ὁ πρῶτος Ἐπιμενίδηι [I 30. 40 App.] σπέρματα τῆς τροφῆς ταύτης παρασχὼν καὶ ζητεῖν [] διδάξας 'ὅσον ἐν μαλάχηι [I 31. 1 App.] τε καὶ ἀσφοδέλωι μέγ' ὄνειαρ' [Opp. 41]' ˙ 'οἴει γάρ', ὁ Περίανδρος εἶπε, 'τὸν Ἡσίοδον ἐννοῆσαί τι τοιοῦτον, οὐκ ἐπαινέτην ὄντα φειδοῦς ἀεί, καὶ πρὸς τὰ λιτότατα τῶν ὄψων ὡς ἥδιστα παρακαλεῖν ἡμᾶς; ἀγαθὴ μὲν γὰρ ἡ μαλάχη βρωθῆναι, γλυκὺς δ' ὁ ἀνθέρικος˙ τὰ δ' ἄλιμα ταῦτα καὶ ἄδιψα φάρμακα [I 31. 5] μᾶλλον ἢ σιτία πυνθάνομαι καὶ μέλι καὶ τυρόν τινα βαρβαρικὸν δέχεσθαι . . . Vgl. I 28, 34.